Marisa Iamundo De Cumis | Altre Pubblicazioni

I mille pani rituali della Sardegna opere d'arte nel museo di Borore

 


BORORE.

Lo diceva Federico Zeri: la Sardegna può stare a pieno titolo nelle aree di produzione culturale figurativa. Estroso e imprevedibile, lo storico dell'arte italiana esaltava la terra dei nuraghi per via delle sue mille forme di pani. Rituali, soprattutto. Perché il pane non è soltanto l'alimento primario per antonomasia, dalla notte dei tempi: è anche simbolo forte di identità. Non a caso «finché sono stata signorina - scriveva Grazia Deledda nel 1930 -, mi è toccato di fare il pane in casa. Questo voleva nostra madre, e questo bisognava fare: non per economia, che grazie a Dio allora si era ricchi, più ricchi di quanto ci si credeva, ma per tradizione domestica: e le tradizioni domestiche erano, in casa nostra, religione e legge». Certo erano poche allora le famiglie benestanti come quella del Nobel nuorese. Ma se è vero che tutto poteva mancare nelle case dei sardi, altrettanto vero è che un pezzo di pane c'era ovunque. E non soltanto di quello quotidiano del Pater nostro. C'era anche il pane delle cerimonie.

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