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I mille pani rituali della Sardegna opere d'arte nel museo di Borore

 


BORORE.

Lo diceva Federico Zeri: la Sardegna può stare a pieno titolo nelle aree di produzione culturale figurativa. Estroso e imprevedibile, lo storico dell'arte italiana esaltava la terra dei nuraghi per via delle sue mille forme di pani. Rituali, soprattutto. Perché il pane non è soltanto l'alimento primario per antonomasia, dalla notte dei tempi: è anche simbolo forte di identità. Non a caso «finché sono stata signorina - scriveva Grazia Deledda nel 1930 -, mi è toccato di fare il pane in casa. Questo voleva nostra madre, e questo bisognava fare: non per economia, che grazie a Dio allora si era ricchi, più ricchi di quanto ci si credeva, ma per tradizione domestica: e le tradizioni domestiche erano, in casa nostra, religione e legge». Certo erano poche allora le famiglie benestanti come quella del Nobel nuorese. Ma se è vero che tutto poteva mancare nelle case dei sardi, altrettanto vero è che un pezzo di pane c'era ovunque. E non soltanto di quello quotidiano del Pater nostro. C'era anche il pane delle cerimonie.

Il pane rituale che adesso ha un Museo tutto suo, a Borore, nel Marghine, a pochi passi dallo svincolo della 'Carlo Felice". È qui, infatti, lungo viale Baccarini, che nel 1996 l'architetto Tatiana Kirilova Kirova ha messo su un complesso espositivo immerso nel verde (con tanto di parco giochi per bambini), commissionato da Comune e Comunità montana, quando sindaco era Tore Ghisu e in Regione Borore poteva contare su un assessore agli Enti locali come Nino Carrus, nativo del paese, appunto. Poi il progetto è stato preso in consegna dall'attuale primo cittadino, Gesuino Cau, che ha avuto la fortuna di aprire al pubblico, lo scorso 24 febbraio, una struttura pensata inizialmente, nel 1995, come Centro culturale polivalente e realizzata con gli ultimi fondi straordinari per il Mezzogiorno, messi a disposizione dalla legge 64/1986. Le varie trance della Regione, invece, sono arrivate per comprare gli arredi, mentre a curare l'allestimento ci ha pensato Valeria Sanna Randaccio, con Marisa Iamundo De Cumis che ha fornito tutta la documentazione necessaria per illustrare i pani delle feste annuali.

«Ora siamo in piena attività promozionale» racconta Andrea Angioni, presidente del consiglio direttivo del Museo del pane rituale, segretario dell'ormai ex Comunità montana del Marghine-Planargia e vice sindaco di Borore ai tempi dell'esecutivo Ghisu. «Abbiamo aderito alla rete museale di Nuoro, collaboriamo con l'Istituto etnografico regionale e siamo in contatto con diversi operatori turistici». Tant'è che in appena sette mesi di attività il registro dei visitatori è già a quota 3000. «Ma vogliamo uscire dagli ambiti territoriali» continua Angioni, calando sul tavolo verde tutte le ambizioni del Museo del pane. L'idea, infatti, è di puntare su una rete tematica, alimentare, che tocchi magari anche il Museo del grano di Ortacesus e il Museo del vino di Berchidda. «Intanto costituiremo un comitato scientifico che coinvolgerà le università di Sassari e Cagliari, l'Isre e l'Ersat - anticipa Andrea Angioni - poi siamo in attesa di un finanziamento che ci consentirà di assumere in pianta stabile due guide e un direttore».
Oggi come oggi, tutti i giorni dal martedi alla domenica, la mattina dalle 9 alle 13 e il pomeriggio dalle 17 alle 21 (telefono: 0785.879003, 334.2274397), sono Maria Giovanna Lai e Daniele Cau i due giovani operatori museali che accompagnano i visitatori lungo il viaggio che parte dal grano, passa per la farina e arriva al pane. C'è il grano vagliato, il granotto, la farina integrale, la crusca grossa, la semola. Poco più avanti un gigantesco carro di legno, a ruote piene, l'aratro, la pietra per trebbiare. E ancora: su chilivru, il vaglio, sa canistedda, misure e satacci. Attraverso gli strumenti di lavoro si entra cosi nel vivo del museo. Trecento e passa i pani in esposizione, di certo destinati ad aumentare. L'introduzione è lasciata a quelli quotidiani, ma il corpus centrale è naturalmente riservato ai pani rituali: del ciclo della vita in genere, del matrimonio, dalle feste patronali, dei morti, dei Santi, della Settimana Santa. I momenti simbolici aprono cosi sulla storia e sulle tradizioni di un'isola, la Sardegna, la regione italiana più ricca di varietà di pani.
Basta dare un'occhiata qua e là, tra le sale del museo. Dal pane Tzichi di Bonorva al Pane 'e gida di Quartucciu il passo è breve, come pure dalla Tunda di Teulada alle Paneddas di Oliena, al Crabolu di Tresnuraghes e al Carzoffa di Bosa o al Modde e al Caddittu di Borore stessa. Vere e proprie opere d'arte che soltanto le mani femminili riescono a comporre: il Crispesu di Orroli, il Cocconeddu chin s'ovu di Lodè, la Franca di Aglientu, il Thiari di Urzulei. E ancora, ma solo per fare qualche altro esempio: il Cogone 'e Santu Marcu di Lei, le Cotruleddas di Nule, il Pistiddu di Irgoli e di Nuoro, il Coccoi 'e sos poboros di Sedilo, l'Arburitzola di Scano Montiferru. Ogni pane, ogni ramo di pane con fiori e uccellini di pasta, racconta di usi e costumi paesani, diversi l'uno dall'altro anche se tutti sono accomunati da un unico filo conduttore: il rito, appunto. Che trova origine nel 'frementarzu", 'sa matriche", il lievito tradizionale. Quello stesso che le scolaresche ospiti del Museo del pane rituale di Borore manipolano prima di infilare le sfoglie (magari decorate con i 'pintapanes", 'marcas 'e pane", timbri appositi, intagliati) nella bocca del forno a legna. Perché in viale Baccarini oltre ai pani in mostra propongono anche laboratori didattici cominciati con gli insegnamenti delle donne del Cif del paese. Fondamentale, poi, nei corsi di panificazione, il contributo di Gerardo Piras, ex funzionario Ersat, di Senorbi.

Articolo tratto da La Nuova Sardegna del 20/09/2007

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